L'enfer - Claude Chabrol

L'enfer - Claude Chabrol - 1994 - 100'

Non si riesce a trovare una critica positiva di questo film che sia una. E invece a me non è dispiaciuto per niente. Un film sulla gelosia e sulla paranoia interessante, con diverse annotazioni anche sulla vita in una comunità ristretta e sugli effetti sociali che questo stile può avere. I due protagonisti non vivono solo in un piccolo paese di villeggiatura, ma sono inseriti nel microcosmo della gestione familiare di un piccolo albergo, sempre con gli stessi affezionati clienti, con le stesse abitudini, in un clima già favorevole all'esplosione dell'introspezione paranoica. Tutto il film lo trovo angosciante al punto giusto, assolutamente verosimile anche nei passaggi di scrittura più complessi, coraggioso nel cambiare registro e con un grande finale.
L'unico punto debole è la scelta dei personaggi secondari, troppo hitchcockiani nel senso peggiore del termine, quello che ricorda l'abitudine a filmare la torre eiffel a Parigi e il big ben a Londra. Alcune di queste macchiette sono effettivamente poco riuscite e spezzano il clima di tensione continua del film. Già le facce scelte sono discutibili, perché rappresentano troppo dei tipi; la loro gestione all'interno degli sviluppi del film è spesso solo di distrazione, in un contesto che invece è concentrato quasi completamente sui due protagonisti e che da loro trova  il senso complessivo. Il presunto amante, per fare solo un esempio, sembra uscito da una pubblicità di moda e non ha praticamente nessun carattere.


Quanto si parla di gelosia e quanto di pazzia? E quindi, quanto la gelosia può essere considerata una forma di pazzia? Fino a dove è possibile arrivare con la fantasia? E fino a quanto si può sopportare per amore? 
Chabrol, che pure sembra sempre concentrato a descrivere la borghesia francese, in realtà è stato sempre molto interessato a queste domande. Spesso nei suoi film c'è una visione della vita assolutamente distante dalla realtà, perché i suoi protagonisti pian piano se ne distaccano, a volte, come in questo caso, per ossessioni personali, in qualche altro caso semplicemente per uno sviluppo narrativo. Anche questo atteggiamento rimanda a Hitchcock e rischia di esaurire però la visione dei film di Chabrol in una rivisitazione continua dei film di Hitchcock, tralasciandone le componenti originali. E se non vale per De Palma, figuriamoci per Chabrol.
La forza spesso eversiva della Nouvelle Vague, è stata cercata nella libertà creativa, nel ritmo, nell'approccio alla verità da filmare, nell'economicità dei primi film. Spesso viene trascurata la profonda conoscenza letteraria di Truffaut, Chabrol, Godard, Resnais... In questo film, in realtà nato da un film precedente, invece, suo malgrado, mai nato (L'enfer di Clouzot), la radice non è letteraria, ma tutto si muove come se lo fosse, forse perché Chabrol è abituato a pensare in termini di sviluppo narrativo romanzesco; perché è abituato a confrontarsi con i personaggi di Simenon (Penso adesso che questa strana tendenza ad affidare il plot dei propri film a scrittori, sceneggiatori, registi (Clouzot me l'ha fatto venire in mente) è davvero abbastanza fastidiosa. Non è detto che i riferimenti culturali di un artista debbano sempre essere di sinistra, ma rifarsi continuamente a idee di persone di destra non aiuta sicuramente), con dialoghi secchi e funzionali, molto vicini al romanzo moderno. 


La questione dei film di destra e di sinistra, e soprattutto dei registi di destra e di sinistra, può sembrare anacronistica. Evidentemente Simenon ha scritto alcuni libri meravigliosi pur essendo probabilmente un fascista. Clouzot ha girato Il mistero di Picasso, pur avendo fama da stronzo. Tutta la Nouvelle Vague francese ha prodotto diversi capolavori nonostante l'ambiguità politica di fondo; basta pensare a Truffaut, per me un mito, ma che ha preso posizione solo quando si è trattato di difendere il cinema, e c'era il maggio francese, non un'occasione qualsiasi. Allora va bene tutto? Non ne sono sicuro. Non discuto i capolavori, il lavoro, il talento, la disciplina; ma una coscienza politica avrebbe aiutato. Chiunque adesso sta pensando a Godard, e all'inattualità di molti suoi film. Ci penso anch'io; e mi dico che anche se con alcuni film fallimentari, e anche se le sue posizioni oggi sono piuttosto lontane dal marxismo degli esordi, almeno Godard ci ha provato. E almeno tre, quattro suoi film ce lo ricordano. Penso anche che le dichiarazioni politiche nei film lasciano il tempo che trovano, e che la coscienza politica si vede nelle immagini e nei processi di produzione, ma è un altro discorso, e la divagazione è stata fin troppo estesa. 

Per tornare al film; nelle poche pagine critiche che si trovano su internet, l'interpretazione di Emmanuelle Beart viene stroncata senza riguardi, quella di Francois Cluzet giudicata sensazionale. A me sembra, se non il contrario, almeno che la Beart cerchi soluzioni non urlate e molto più sottili delle smorfie alla De Niro di Cluzet. 
L'idea di confondere i piani della percezione di Cluzet è molto interessante, e viene gestita con intelligenza, senza far credere che si tratti di una cosa innovativa, ma con molta umiltà autoriale, mettendo al centro del discorso non tanto l'abilità tecnica o quella di scrittura, ma il centro della paranoia del protagonista. Se Cluzet fosse stato un po' più parco nelle espressioni, il finale aperto e angosciante ne avrebbe guadagnato. 




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